Le vicende della Turchia e i riflessi sulla nostra vita.

di Enzo Coniglio

Sarebbe un grave errore pretendere di giudicare la Turchia dai drammatici avvenimenti di questi giorni, ignorando dei dati essenziali di sistema.

Dobbiamo partire dall’esercito formato da ben 500.000 uomini12mila carri armati, 700 aerei, 300 navi… cui si devono aggiungere le 24 basi Nato – compresa la base di Maslak a Istanbul in grado di controllare in maniera capillare il territorio turco e gli “inquieti vicini” con gli Awacs e, se necessario, con le armi nucleari tattiche. Una presenza iniziata nel 1952 – 7 anni prima di Sigonella in Sicilia – come solido baluardo tra i blocchi durante il lungo periodo della guerra fredda e che oggi continua a svolgere una funzione primaria nella lotta contro l’ISIS, per non parlare dei missili nucleari americani presenti in Anatolia.

Non è superfluo ricordare che i militari godono di un’ampia autonomia anche economica, dispongono di quartieri generali a loro riservati forniti di negozi, scuole, ospedali di buon livello e superiori alla media nazionale.  Possono contare sul 16% del bilancio dello Stato e sulla norma che le spese militari non sono sottoposte a discussione e ad approvazione parlamentare.

Così come non bisogna dimenticare che è stato il tanto odiato Fetullah Gulen a offrire a Erdogan alcuni dei quadri più qualificati, inseriti nel suo partito, Akp.

Questi dati ci aiutano a capire come il “tentato colpo di Stato” di questi giorni appaia alquanto “modesto” rispetto alle forze in campo e come invece sia del tutto sproporzionata la reazione di Erdogan, tanto da farci pensare che tale tentativo abbia costituito il “pretesto” per un “cambio radicale” preparato con cura in precedenza e ora sapientemente implementato attraverso dettagliate e meticolose “liste di proscrizione” per migliaia di persone, che non risparmiano alcuna categoria professionale civile e militare, regalandoci la sorpresa che tutta la Turchia fosse un “covo di pericolosi terroristi e golpisti da epurare”: 6mila militari di cui 100 generali, 8mila poliziotti, 2.700 giudici, 1500 rettori, 21.000 insegnanti…

L’Unione Europea ha invocato la pena di morte come principale causa ostativa all’adesione della Turchia di Erdogan all’Unione. In realtà, si tratta di una “dichiarazione riduttiva” e del tutto inutile in quanto appare ormai evidente che la Turchia di Erdogan non ha nulla a che vedere con la “centralità occidentale” degli anni ’50, con i principi di “democrazia e laicità” di Ataturk. E soprattutto non ha alcun interesse di far parte dell’Unione Europea, anche se non vorrà perderne i vantaggi che derivano soprattutto dall’immigrazione.

La Turchia di Erdogan ha intrapreso un nuovo percorso in acque turbolente tra occidente, Medio Oriente e mondo asiatico seguendo la sua duplice anima e assetto territoriale. E’ un percorso che vale la pena di seguire e di monitorare con molta serena freddezza ma con profonda passione perché l’esito di questo nuovo cammino rischia di avere profondi riflessi sulla nostra vita.

 

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