UNA REGIONE SBILANCIATA. Storia del disastro finanziario del Governo Crocetta.

di Riccardo Compagnino, responsabile economia di Sicilia Nazione

Come è noto il 30 giugno 2017 dopo la requisitoria orale del Procuratore Generale D’Appello per la Regione Siciliana della Corte dei Conti, le Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti hanno ordinato la sospensione del giudizio di regolarità sul rendiconto generale della Regione siciliana per l’esercizio finanziario 2016.

Il supplemento istruttorio richiesto in via subordinata dal procuratore segue il giudizio positivo dallo stesso espresso nelle conclusioni scritte – entrambi i documenti sono datati 30 giugno – consegnate agli intervenuti all’incontro presso lo Steri di Palermo.

Si può preliminarmente affermare che il 2016 è stato un “ anno terribile” per il bilancio della Regione siciliana. La parifica del rendiconto 2015 era stato definito, infatti, dal Presidente delle Sezioni riunite della Corte dei Conti un “ Bilancio ripulito ed attendibile…..” una “ epocale ripulitura dei conti. Adesso i conti sono più attendibili. Non si torni ai vizi del passato”.

Ed invece in un solo anno il governo della finanza regionale è stato pessimo tanto da indurre la Procura della Corte dei Conti a rivedere il 30 giugno il giudizio del 15 giugno.

Senza la dovizia di documentazione in possesso dell’organo di controllo, e conseguentemente con tutte le possibili lacune, si ritiene che il rendiconto della Regione Siciliana 2016 presenti le uguali criticità di quelli del 2013, 2014 e 2015 .

In estrema sintesi e rimandando per gli approfondimenti ai precedenti articoli.

Il 3 luglio del 2014 ci si meravigliò che la Corte dei Conti nel giudizio di parifica del rendiconto 2013 non avesse menzionato l’atto transattivo del 4 giugno 2014 con tutte le ben note conseguenze che è superfluo ripetere. Sarà poi successivamente la Corte Costituzionale ( n. 19/2015) a rammentare che l’atto transattivo non aveva nemmeno l’approvazione della Giunta. L’impatto negativo del citato accordo fu considerato tanto dirompente da essere citato dallo stesso Governo regionale a pag 72 del DPEF 2015/2017: “ E tuttavia non può non tenersi conto degli effetti che il recente accordo tra il Ministro dell’Economia e delle Finanze e la regione Siciliana determinerà sui conto della Regione …..”

Riguardo ai rendiconti 2014 e 2015 la meraviglia attenne principalmente al riaccertamento dei residui.

Il “ riaccertamento” ha inciso profondamente sulle vicende attuali e prospettiche della finanza pubblica regionale e impone pertanto un approfondimento.

Nella Sintesi della relazione al rendiconto generale della Regione siciliana per l’esercizio finanziario 2015 – Corte dei Conti Sezioni riunite per la Regione Siciliana – si legge che il conto del patrimonio (la situazione patrimoniale della Regione e cioè dei siciliani) dell’esercizio 2015 presenta un netto patrimoniale negativo di 8 miliardi e 553 milioni di euro, rispetto all’importo del 2014, negativo ma per 819 milioni di euro.

La Corte dei Conti collega il risultato negativo al riaccertamento straordinario dei residui, alla cancellazione di un numero elevato di residui attivi e passivi, operazione che, secondo la Corte “ha avuto il merito di far emergere la reale situazione patrimoniale della Regione”.

Merito che, aggiungiamo noi, vi sarebbe solo nel caso di un riaccertamento dei residui svolto secondo criteri di legge.

Invece nella citata delibera del riaccertamento della Giunta regionale non si legge , nel rispetto del principio contabile della contabilità finanziaria, che sia stato preventivamente accertato “””“””Il riconoscimento formale dell’assoluta inesigibilità o insussistenza dei crediti che deve essere adeguatamente motivato attraverso l’analitica descrizione delle procedure seguite per la realizzazione dei crediti prima della loro eliminazione totale o parziale, o indicando le ragioni che hanno condotto alla maturazione della prescrizione, rimanendo fermo l’obbligo di attivare ogni possibile azione finalizzata ad adottare le soluzioni organizzative necessarie per evitare il ripetersi delle suddette fattispecie””””

E’ questo che doveva essere verificato non risultando chiara la dizione “”ELIMINAZIONE RESIDUI ENTRATE TRIBUTARIE PER RIACCERTAMENTO STRAORDINARIO Anno accertamento 2001”” presente in più di 60 pagine sul totale di 80 dell’elenco dei residui da eliminare.

Ovviamente le motivazioni devono attenere al totale dei residui attivi annullati.

Sempre nella stessa delibera non si legge il rispetto di quanto disposto dal comma 10 dell’art.63 del Dlgs 118/11 che prevede che “”10. I residui attivi possono essere ridotti od eliminati soltanto dopo che siano stati esperiti tutti gli atti per ottenerne la riscossione, a meno che il costo per tale esperimento superi l’importo da recuperare.””

Ed infine non risulta che l’ARS sia stata tempestivamente informata del predetto riaccertamento ai sensi del comma 8 dell’art.3 del Dlgs 118/11: “”8. L’operazione di riaccertamento di cui al comma 7 e’ oggetto di un unico atto   deliberativo.   Al   termine   del   riaccertamento straordinario dei residui non sono conservati residui cui non corrispondono obbligazioni giuridicamente perfezionate e esigibili. La delibera di giunta di cui al comma 7, cui sono allegati i prospetti riguardanti la rideterminazione del fondo pluriennale vincolato e del risultato di amministrazione, secondo lo schema di cui agli allegati 5/1 e 5/2, e’ tempestivamente trasmessa al Consiglio. In caso di mancata deliberazione del riaccertamento straordinario dei residui al 1° gennaio 2015,   contestualmente all’approvazione del rendiconto 2014, agli enti locali si applica la procedura prevista dal comma 2, primo periodo, dell’art. 141 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. “”

E’ intuitivo che si tratta di una voce molto importante dei bilanci pubblici, oltremodo pericolosa allorquando i crediti fossero inesigibili e però si continuassero a rilevare tra i residui attivi, gonfiando fittiziamente le entrate ed alterando significativamente gli equilibri di bilancio( perché le uscite non avrebbero copertura finanziaria).

E’ anche per evitare questi possibili rischi che è previsto il controllo della Corte dei Conti che ogni anno procede al “ Giudizio di parificazione del rendiconto generale “ della Regione.

Nell’ultimo Giudizio disponibile relativo all’anno 2014 è scritto: ”””Da quanto esposto, emerge come la problematica dell’ingente mole dei residui attivi, più volte segnalata da queste Sezioni riunite nell’ambito delle relazioni degli anni passati, non abbia subito variazioni atteso che, come si rileva dal rendiconto, i residui attivi contabilizzati al 31 dicembre 2014, ancorché in flessione rispetto all’esercizio 2013, ammontano pur sempre a complessivi 14,3 miliardi, di cui 7,9 di parte corrente e 6,4 di conto capitale. Tra i residui di parte corrente 3,5 miliardi sono costituiti da crediti erariali antecedenti l’anno 2000.(Parificazione rendiconto 2014 Regione Siciliana – Corte dei Conti- parificazione anno 2014)

E così almeno per i residui attivi al 31 dicembre 2014 i siciliani non hanno avuto timore perché la veridicità della rilevazione contabile fu asseverata dalla Corte dei Conti che viceversa ne avrebbe segnalato l’anomalia.

Con l’avvio della nuova normativa in tema di contabilità pubblica il legislatore consapevole dei rischi insiti in questa voce contabile richiese alle pubbliche amministrazioni il “ riaccertamento straordinario dei residui”. Di fatto la modalità per la contabilizzazione dei residui non è stata stravolta dal Dlgs 188/11( la nuova legge di contabilità pubblica ) che ha solamente implicitamente previsto la c.d. riconciliazione contabile e cioè che il creditore scriva al debitore per avere confermato l’importo del suo debito: senza la risposta non si può rilevare l’importo del residuo.

Ma l’operazione di riconcialiazione contabile, che non era stata possibile nel passato,   fu difficilissima anche nel 2015.

Infatti in occasione delle operazioni di riaccertamento straordinario dei residui attivi al 1° gennaio 2015 il Dipartimento regionale Finanze e Credito ebbe a scrivere – fra l’altro- al competente Dipartimento dello stesso assessorato :

“In considerazione di quanto sopra, annualmente in occasione dell’approssimarsi della chiusura delle contabilità dell’esercizio finanziario, nel richiamare l’attenzione sui relativi adempimenti a carico dei predetti Uffici (agenzie fiscali e Ragionerie territoriali), questo Dipartimento puntualmente, nel tempo, ha sollecitato i dati di contabilità. E tuttavia non può non evidenziarsi la reiterata e pervicace assenza di riscontro al riguardo, determinando nel tempo la incapacità della Regione a fornire qualsivoglia tipo di informazione vuoi in ordine ai residui che annualmente si vanno formando a causa della mancata riscossione delle entrate tributarie “entro l’esercizio in cui furono accertate” vuoi in ordine a qualsiasi elemento conoscitivo e/o documentazione di supporto alla elencazione dei residui attivi contenuti nelle scritture del bilancio della Regione …………………………………………………. con la intuibile conseguenza che di tutte le entrate tributarie residue iscritte nei documenti contabili della Regione, l’Amministrazione finanziaria regionale non è nelle condizioni di verificare e attestare, come richiesto oggi dal cennato all. 4/2 al D.lgs 118/11 la ragione del credito, del titolo giuridico, del soggetto debitore, l’ammontare del credito e relativa scadenza al fine di formalmente motivare la esigibilità da riaccertarsi in modalità straordinarie………Ma altrettanto privo di motivazione…..risulterebbe la dequalificazione in residui assolutamente inesigibili/insussistenti, ai fini della loro definitiva eliminazione………………..si ritiene che il segno grafico da riportare su ogni singola scheda ( ndr. esistenza o meno del residuo attivo) non potrà non costituire la risultanza di considerazioni e decisione della competente Ragioneria e del Vertice politico”.

Sulla materia si era anche abbondantemente espresso l’Assessore regione dell’Economia Alessandro Baccei che a pag. 159 della “Relazione sulla situazione economica della Regione Siciliana 2014“ informa che “va, d’altronde, considerato che la natura dei suddetti residui incide sulla possibilità di eliminazione, da parte della Regione, delle corrispondenti poste iscritte in bilancio in quanto la gestione di tali cespiti è affidata all’Amministrazione finanziaria e la cui concreta cancellazione consegue all’espletamento della complessa procedura della dichiarazione di inesigibilità delle partite creditorie da riscuotere. Gli Uffici regionali, nei trascorsi esercizi, non hanno mancato di rappresentare agli Uffici finanziari statali la necessità di provvedere alla classificazione dei residui attivi secondo il grado di esigibilità ai sensi dell’articolo 263 del R.D. n. 827/1924 e di provvedere quindi all’eliminazione di quelli inesigibili, con l’invito ad approfondire le cause ostative alla riscossione di quelli certi, incerti o di dubbia esigibilità.”

Considerate peraltro sia le difficoltà gestionali dei residui attivi sia il loro impatto finanziario sul bilancio regionale forse sarebbe stato opportuno operare come altre regioni a statuto speciale, ad esempio il Trentino Alto Adige che ha chiesto al Ministero dell’Economia e delle Finanze la convalida dell’attendibilità delle somme dei residui attivi iscritte nel Rendiconto della Regione e della concordanza con i corrispettivi residui passivi iscritti nel bilancio delle Stato.

Alcune domande sorgono spontanee:

  • Quanti dei residui attivi iscritti nel bilancio della Regione erano crediti da riscuotere nei confronti dell’amministrazione statale?
  • E’ stata espletata la complessa procedura di legge relativa alla dichiarazione di inesigibilità delle partite creditorie da riscuotere?
  • Quali procedure sono state attivate per verificare che residui attivi per milioni non fossero più esigibili?
  • Oltre all’eliminazione dei crediti inesigibili, sono state approfondite, come previsto dalla legge, le cause ostative alla riscossione di quelli certi, incerti o di dubbia esigibilità?
  • Gli uffici statali, ai quali gli uffici regionali hanno più volte (secondo quanto dichiarato dallo stesso assessore Baccei) chiesto la natura di alcune partite creditizie, hanno mai dato una risposta?
  • E’ stata chiesta al MEF, come hanno fatto in Trentino, la convalida dell’attendibilità delle somme dei residui attivi iscritte nel Rendiconto della Regione e la concordanza con eventuali corrispettivi residui passivi iscritti nel bilancio dello Stato?
  • La Corte dei Conti ha avuto a disposizione tutta la documentazione per verificare l’effettiva inesigibilità dei singoli residui attivi.

 

La sintesi di questa operazione di riaccertamento che vede coinvolte in negativo varie Istituzioni è ben sintetizzato a pag. 151 della già citata relazione sulla situazione economica 2015 della regione Siciliana: “”La gestione dei residui è stata fortemente influenzata dall‟applicazione del D.Lgs. n.118/2011, sia per effetto del riaccertamento straordinario che ha comportato l‟eliminazione di residui attivi per complessivi 10.795,7 milioni di euro (di cui 5.474,1 milioni re-imputati) e di residui passivi per 2.462,9 milioni di euro (di cui 2.136,7 milioni re-imputati), sia per effetto del riaccertamento ordinario che ha determinato maggiori residui attivi per 288,3 milioni e minori residui passivi per 95,0 milioni. La gestione residui ha fatto pertanto registrare nel complesso un disavanzo di 7.949,5 milioni. La somma algebrica fra saldo positivo della gestione di competenza (1.129,6 milioni), saldo negativo della gestione dei residui (-7.949,5) e saldo positivo alla fine dell’esercizio 2014 (6.401,2 milioni) ci dà un valore di -418,7 milioni, cioè del disavanzo complessivo di amministrazione a chiusura dell’esercizio 2015.””

Per quanto riguarda il comparto sanitario sempre nell’ultima nota integrativa al bilancio 2017/2019 si riconferma una criticità che influisce sulla flessibilità delle poste di bilancio :

“La posta più significativa della spesa è rappresentata dalla compartecipazione regionale al Fondo sanitario in misura pari al 49,11% del fabbisogno sanitario per l’importo di 4.526 milioni di euro annui che determina un sostanziale incremento delle risorse da destinare al comparto sanitario, pari a 100 milioni di euro.”

Nel DPEF 2015/2017 a pag. 17 è scritto:

“”Con la legge finanziaria per il 2007 la compartecipazione regionale alla spesa sanitaria è stata portata al 49,11% (sino al 2006 era stata nella misura del 42,5%).

La Legge Finanziaria per il 2007 (L. 27/12/2996, N. 96) prevedeva (comma 832), come contropartita della maggiore compartecipazione dal 42.5 al 49.11, che fosse riconosciuta “la retrocessione alla Regione siciliana di una percentuale (…) del gettito delle accise sui prodotti petroliferi immessi in consumo nel territorio regionale; tale retrocessione aumenta simmetricamente, fino a concorrenza, la misura percentuale del concorso della Regione alla spesa sanitaria (…)” . Fino ad oggi, tuttavia, tale retrocessione non ha avuto attuazione. La Regione si è trovata, perciò, a dover reperire dal proprio bilancio con crescenti difficoltà, dal 2009 ad oggi la somma corrispondente alla maggiore compartecipazione rispetto a quella fissata al 42,5%”.

Ci si chiede se in occasione della sottoscrizione dell’accordo del 20 giugno 2016 ci si sia ricordato di questo rilevantissimo credito della Sicilia nei confronti dello Stato.

 

Con riguardo sempre all’accordo del giugno 2016, del quale la Corte dei Conti declinò i riflessi positivi, ci si meraviglia che nell’intero corredo documentale del giudizio di parifica del rendiconto 2016 non ci sia riferimento a quanto riportato nel DEFR 2017/2019.

Alle pagine 97/98 del documento approvato dall’ARS è scritto che la Sicilia dal 2003 al 2014 ha avuto sottratti dallo Stato 30 miliardi 538 milioni di euro relativi ad IRPEF della Regione siciliana.

Ben venga pertanto un supplemento istruttorio che consenta di riprendere contabilmente alcune “ dimenticanze” contabili che correttamente rilevate per competenza finanziaria prima nel rendiconto 2016 e successivamente nel bilancio 2017/2019 rettificato consentano di rispondere alle necessità dei siciliani stremati da una ingiustificata compressione dei flussi finanza.

Per contestualizzare il documento al fine della sua rielaborazione è utile riferirsi alle profonde considerazioni contenute nella “Relazione sulla situazione Economica della Regione Siciliana 2015” di cui si riportano gli spunti più significativi:

“”””La distribuzione regionale della spesa pubblica nel periodo 2000-2014

…………………………………….Nell’area centro-settentrionale sia la quota di spesa corrente che quella in conto capitale superano in tutto il periodo (ad eccezione del dato di spesa in conto capitale del 2012) la quota della popolazione residente. Situazione specularmente opposta si riscontra nel Mezzogiorno che risulta molto penalizzato soprattutto per la componente corrente, che costituisce la parte rilevante della spesa e che evidenzia la forbice più ampia, nonostante il recupero realizzato fino al 2008.

La spesa pubblica corrente dovrebbe in teoria essere distribuita tenendo conto delle caratteristiche individuali dei cittadini (età, condizione personale, socio-economica, …), al fine di rendere effettivo il godimento dei diritti di cittadinanza relativi alla salute, all’istruzione, all’assistenza sociale (artt. 32, 34 e 38 Cost.). Considerato che la condizione socio-economica dei residenti meridionali è mediamente peggiore, la spesa pubblica pro capite nel Mezzogiorno dovrebbe assumere valori almeno uguali a quelli delle regioni centro-settentrionali. Invece, il confronto tra il peso demografico delle regioni italiane e la quota di spesa pubblica corrente ad esse di fatto attribuita evidenzia vistose disparità tra i territori. ……..emerge che nel periodo 2000-2014 la spesa pubblica corrente si è distribuita tra le regioni favorendo, più o meno marcatamente, la maggior parte di quelle centro-settentrionali, a danno di quelle meridionali.

Il Mezzogiorno ha ricevuto una quota di spesa pubblica corrente (29,2%) inferiore di 6 punti percentuali al proprio peso demografico (35,2%), subendo uno svantaggio del 17%. In particolare le regioni a statuto speciale del Sud, al contrario di quelle del Nord, non risultano destinatarie di quote di spesa superiori alle quote di popolazione, ma mentre per la Sardegna lo scarto percentuale è in valore assoluto molto ridotto (-4,7%), per la Sicilia risulta decisamente più elevato (-15,0%). Le regioni che presentano un maggior svantaggio sono la Campania e la Puglia.

Esaminando il dettaglio per settore di intervento, emerge che nell’area meridionale le quote di spesa che superano significativamente il peso demografico sono attinenti ai servizi idrici e agli interventi ambientali e sul territorio. Gli svantaggi più marcati invece si rilevano, oltre che per i servizi generali, per gli interventi sulle reti, per le politiche sociali e la sanità, che rappresentano i settori che hanno un maggior peso nell’area centro-settentrionale. Nel confronto regionale quote di spesa relativa particolarmente elevate per il settore della conoscenza e della cultura si registrano nelle due province autonome di Trento e Bolzano, per il settore della sanità in Valle d’Aosta, Lombardia e nelle due province, che mostrano i vantaggi più elevati anche nei servizi idrici con Molise, Calabria e Sardegna.

In questo quadro la Sicilia presenta un profilo settoriale della spesa in linea con quello del Mezzogiorno con svantaggi più marcati nella spesa per gli interventi sulle reti e per le politiche sociali, oltre che per i servizi generali, la mobilità e la sanità, mentre la spesa per i servizi idrici risulta molto più che proporzionale all’incidenza della popolazione

Le regioni che nel periodo della crisi hanno sperimentato una diminuzione dell’indicatore sono alcune regioni del Centro Nord, come la Liguria, la provincia di Trento, la Lombardia, l’Emilia Romagna, la Toscana e l’Umbria, che presentano sia prima che dopo valori positivi, ovvero quote di spesa superiori al peso demografico (primo quadrante della Fig. 4). Mentre tra le regioni con valori negativi dell’indicatore, tutte le regioni meridionali mostrano un aumento del valore nel periodo della crisi con l’unica eccezione della Sicilia, il cui indicatore passa da -14,5% a -15,5% evidenziando un ulteriore calo della quota di spesa corrente in rapporto agli abitanti dell’Isola.””

Rispetto a queste puntuali elaborazioni sulla base dei dati dei Conti Pubblici Territoriali non si comprende su quali elaborazioni siano state quantificate le previsioni contenute nell’accordo Stato/Regione Siciliana del 20 giugno 2016 che prevedono , anche e non solamente , una previsione di riduzione della spesa corrente in Sicilia.

12 luglio 2017                       Riccardo Compagnino

 

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